di Antonio Setola e Marcoflavio Cappuccio
Sulla rivista Jacobin – poi riportato da Ideas de Izquierda – è apparsa una recensione di Yohann Doue sul lavoro di Juan Dal Maso, “Il marxismo di Gramsci”. Vista la necessità del rilanciare il dibattito sul pensiero di Gramsci nei paesi imperialisti, riteniamo di dare un contributo analitico-critico su quanto riportato dall’intellettuale francese.
La recensione coglie aspetti importanti della critica di Dal Maso sul tema, ma a nostro avviso rilancia l’immagine di un Gramsci “democratizzante ma non pacifico”: una visione che di fatto vede la rivoluzione non come una inevitabile guerra civile, bensì come una conquista di casematte possibilmente senza sacrificio di vite umane e comunque solo a scopo difensivo. Ciò cancella, nel campo della strategia, la questione militare per la conquista del Potere, escludendo – o quasi – la possibilità per la classe operaia di lanciare l’offensiva finale all’ordine costituito.
La recensione coglie aspetti importanti del contributo di Dal Maso sul rapporto tra Gramsci e Trotsky. Il merito principale del trotskista argentino è quello di sottrarre Gramsci alla lettura riformista e gradualista che, soprattutto attraverso l’elaborazione togliattiana e l’esperienza del PCI, ha finito per identificare il concetto di egemonia con una presunta “via democratica” o “via pacifica” al socialismo.
Nella sua opera ricostruisce efficacemente il pensiero gramsciano mostrando come l’egemonia non sia mai stata concepita come una progressiva integrazione della classe operaia nelle istituzioni dello Stato borghese, bensì come costruzione di rapporti di forza finalizzati alla conquista del potere. L’egemonia, in Gramsci, non sostituisce la rivoluzione, semmai la prepara.
Da questo punto di vista condividiamo pienamente la critica rivolta alle interpretazioni riformiste che hanno utilizzato Gramsci per giustificare il socialismo a tappe, la collaborazione di classe e il fronte popolare con la cosiddetta borghesia progressista. Tale prospettiva, sviluppata nello stalinismo e poi nel togliattismo, è estranea sia alla riflessione teorica sia alla pratica politica di Gramsci, il quale fondò il Partito Comunista d’Italia proprio rompendo con una politica di collaborazione di classe.
L’egemonia, dunque, non coincide con una lenta e progressiva democratizzazione dello Stato capitalistico. Essa consiste nella capacità della classe operaia di conquistare la direzione politica e morale degli altri settori subalterni, modificando progressivamente i rapporti di forza fino al momento della rottura (o crisi).
In questo quadro assume grande rilievo la distinzione gramsciana tra guerra di posizione e guerra di movimento, ben colta nella recensione di Douet. Le due categorie non vanno contrapposte, ma comprese nella loro relazione dialettica. Nelle società capitalistiche avanzate la guerra di posizione costituisce la lunga fase di accumulazione delle forze: organizzazione, formazione politica, propaganda, agitazione, costruzione di organismi di massa e di intellettuali organici. Essa prepara le condizioni affinché la guerra di movimento possa diventare concretamente possibile.
Particolarmente interessante appare anche il parallelo proposto da Dal Maso tra il concetto gramsciano di egemonia e la teoria trotskista della rivoluzione permanente. Pur nascendo in contesti differenti, entrambe le elaborazioni mettono al centro la necessità che la classe operaia costruisca una direzione politica capace di attrarre a sé tutti i settori oppressi della società, proponendosi come soggetto emancipatore e di sintesi universale.
In questo senso il problema dell’egemonia assume oggi anche una dimensione nuova. La riunificazione della stessa classe lavoratrice e il collegamento con gli altri gruppi subalterni — donne, migranti, giovani precari, soggetti discriminati, popoli oppressi — rappresentano un terreno imprescindibile della lotta per il socialismo. Se si vuole utilizzare il linguaggio contemporaneo, tale questione può essere ricondotta alla categoria dell’intersezionalità, purché essa venga reinterpretata entro un impianto materialista e dialettico. Il conflitto tra Capitale e Lavoro rimane infatti il rapporto sociale fondamentale entro cui trovano articolazione tutte le altre forme di oppressione. Non una contraddizione principale – Capitale-Lavoro – e quelle secondarie – genere, etnie, provenienza geografica, ecc. – , ma una sola ed unica contrapposizione: capitalismo vs. socialismo. Separare le oppressioni dalla struttura dei rapporti di produzione significa inevitabilmente ricadere nelle versioni liberali e postmoderne dell’intersezionalità.
È proprio sul tema della conquista del potere che, tuttavia, emergono le nostre principali riserve rispetto alla recensione proposta da Douet.
Egli afferma correttamente che, per Gramsci, il dominio della classe borghese si fonda in ultima istanza sulla coercizione e sull’apparato militare dello Stato. Ne consegue che il potere borghese può essere spezzato soltanto rompendo quei rapporti di forza. Tuttavia, subito dopo, sostiene che tale processo non implichi necessariamente una guerra civile e lascia aperta la possibilità di una transizione democratica al socialismo anche se tuttavia non pacifica.
A nostro giudizio qui si produce una contraddizione teorica che ha implicazioni pratiche importanti sulla strategia.
Naturalmente la guerra civile non costituisce una necessità metafisica della storia. Il marxismo non concepisce lo sviluppo storico come una sequenza predeterminata di eventi inevitabili. Ma altra cosa è la necessità strategica che emerge dall’esperienza concreta della lotta di classe.
La storia dimostra che ogni processo rivoluzionario vittorioso incontra inevitabilmente la resistenza delle classi dominanti, che utilizzano tutti gli strumenti economici, politici e militari a loro disposizione per mantenere o riconquistare il potere perduto. In questo senso la guerra civile non nasce dalla sola volontà soggettiva dei rivoluzionari, bensì dalla relazione tra il lavoro dell’avanguardia, la sua istituzionalizzazione (nella condotta ripetibile delle masse e nelle casematte della società) e i fenomeni oggettivi delle manifestazioni di vita delle stesse sotto i profili civili, sociali ed economici.
L’esperienza della Rivoluzione d’Ottobre resta, da questo punto di vista, esemplare. La guerra civile non fu una scelta ideologica dei bolscevichi, ma la conseguenza dell’intreccio delle condizioni emerse dalla I guerra mondiale, dal lungo lavoro preparatorio dei movimenti socialisti e della corrente rivoluzionaria, e dall’insieme di una crisi strutturale che fu economica, civile e sociale (organica). Lo scontro armato è, di fatto, un prodotto dello scontro di classe nella sua massima acutizzazione. Soltanto facendo astrazione dal corpo vivo dei rapporti sociali, si può pensare alle questioni politiche e alle questioni militari come due aspetti separati per compartimentazione stagna tra loro.
Per questo riteniamo problematica l’idea che sia possibile rassicurare circa una transizione socialista priva di guerra civile. Una simile impostazione rischia di alimentare illusioni gradualiste incompatibili con la natura dello Stato di diritto e con l’intera tradizione del marxismo rivoluzionario.
Condividiamo invece le osservazioni critiche che Douet rivolge ad alcuni limiti presenti nella riflessione gramsciana. In particolare risulta convincente la distinzione tra la necessità della classe operaia di diventare classe dirigente e nazionale — cioè di conquistare il potere — e il rischio di identificare il socialismo con una stabile istituzionalizzazione statale.
La teoria della rivoluzione permanente mostra infatti come il socialismo rappresenti una fase storica di transizione, caratterizzata dalla progressiva estinzione dello Stato, dalla lotta contro la burocratizzazione e soprattutto dalla dimensione internazionale della rivoluzione. Nessuna società può costruire compiutamente il socialismo entro i limiti di un solo Stato nazionale.
In conclusione, riteniamo che il principale merito della recensione di Douet consista nell’aver riaperto una discussione teorica troppo spesso soffocata dalle letture accademiche o riformiste di Gramsci, purtroppo prevalenti e maggioritarie nel contesto europeo. Il confronto tra Gramsci e Trotsky non serve ad assimilare artificialmente due elaborazioni differenti, ma a mettere in luce la loro comune appartenenza alla tradizione del marxismo rivoluzionario e la persistente attualità dei problemi strategici posti dalla conquista dell’egemonia, dalla costruzione del fronte unico e dalla lotta per il potere politico.
È proprio ripartendo da questo terreno che il dibattito teorico può tornare a svolgere la sua funzione fondamentale: uscire dallo sterile e conformista terreno accademico per tornare ad essere una forza motrice rivoluzionaria della Storia.








