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[Recensione] Libercomunismo. Scienza dell’utopia, di Emiliano Brancaccio

Recensione, commento e invito alla lotta

di Antonio Setola

«Contro l’ottuso individuo isolato, ridotto a capitale umano del capitalismo liberaldemocratico, lottare per un grande investimento collettivo nello sviluppo di una pedagogia critica, anti-patriarcale, scientifica e artistica, razionale e surrealista, tesa al libero sviluppo di ciascuna persona, condizione per il libero sviluppo di tutte»

È questo citato un appunto lasciato nell’appendice, Appunti per un manifesto, nel suo ultimo libro, Libercomunismo, dal professore Brancaccio, docente di economia politica alla Federico II. Uscito quest’anno l’agile ma denso testo prova a corrispondere all’obiettivo del pensiero razionale di hegeliana memoria, cogliere il proprio tempo col pensiero.

Per cambiare il mondo, non si può prima non interpretarlo, ogni azione necessita di una teoria di base, dinamica e riflessiva, senza la quale è come se si brancolasse nel buio; così come ogni teoria senza prassi diventa lettera morta, buona per speculazioni astratte in salotti iperuranici. Brancaccio, quindi, con questo agile libro compie la stessa leniniana operazione di Stato e Rivoluzione: getta dei fondamenti teorici per il prossimo imminente necessario agire collettivo.

Tesi di fondo del libro è il rafforzamento e l’evidenziazione, attraverso dati empirici, dell’intuizione di Marx sulla tendenza della centralizzazione dei capitali in sempre meno mani. In buona sostanza, le ricchezze mondiali sono concentrate sempre in meno persone, le quali persone acquistano, di conseguenza, un potere politico sempre più significativo, tale da mettere a rischio la democrazia borghese (seppur essa stessa monca) e le libertà sociali conquistate – vi è da dire che la democrazia liberale borghese è già a rischio, è già stata a rischio, ha già storicamente, cioè, mostrato il suo volto violento, securitario, xenofobo, e non solo durante i così detti fascismi storici.

La tendenza in atto che Brancaccio sulla scorta di Marx, dunque, ravvisa e mette in luce, smonta una tesi, che dalla fine degli anni Ottanta fino a oggi, i campioni del liberoscambismo hanno sbandierato con sardonico cinismo ideologico, ovvero la fine della Storia, sia con Lyotard che nella Condizione postmoderna ha parlato della fine della grandi narrazioni, sia con Fukuyama che ha parlato, sic et sempliciter, di fine della storia, in Fine della storia e l’ultimo uomo. Verosimilmente, si è trattato di un grande equivoco, i due autori sono stati trivializzati e ridotti a slogan, e tuttavia hanno rappresentato senz’altro la manifestazione di un bisogno cogente da parte della classe dominante, quello di convincerci tutti che il nostro è il migliore dei mondi possibili, e mettere in ridicolo l’idea che un altro mondo sia possibile.

Il punto di base, senza troppo complicare il dettato, è che in quel momento storico si è verificata una ulteriore svolta epistemica entro il Novecento, per cui qualsiasi determinismo doveva essere bandito; morta la Verità, morte le grandi Narrazioni, rimaneva solo l’eterno presente di fatti irrelati senza possibilità alcuna per la ragione di rielaborarli sotto un disegno razionale che li spiegasse, giacché ogni forma di spiegazione sarebbe una violenza, la quale ha una prospettiva che si pone come universale, mentre invece è solo prospettiva di parte. Ed è vero, senz’altro, ma ciò non toglie che se nulla ha senso, anche l’affermazione per cui “nulla ha senso” non ha senso, fino a perderci in una cattiva infinità evidentemente senza sbocchi.  Ciò che però poco si dice è che la perdita del senso giova soprattutto chi entro l’anarchia postmoderna del tardo-capitalismo ci sguazza, si arricchisce, domina.

Bisognerà pertanto distinguere tra mistica teologica, di chi vuole imporre la propria prospettiva di parte come se fosse universale, e studio scientifico delle tendenze, di chi pur accettando la complessità, prova con un supplemento di razionalità a trovare non tanto un senso, ma un modo sensato per comprendere e agire il mondo, al fine di provare a cambiarlo. Partendo dalla legge di Piketty, tra i pochi che ancora studiano le tendenze storiche, Brancaccio evidenzia il dato difficilmente smentibile della crescente diseguaglianza economica, la tendenza dei
ricchi, cioè, a diventare sempre più ricchi; altresì, ci informa l’autore, l’aumentare delle disuguaglianze socio-economiche è direttamente proporzionale all’aumentare della centralizzazione dei Capitali. Se i ricchi diventano ricchi è perché il sistema economico capitalistico tende alla centralizzazione per sua intrinseca tendenza, ossia per sua logica interna. È dimostrato ? Sì! Con un gruppo di ricercatori già nel 2018 l’autore aveva pubblicato una ricerca scientifica che mostrava l’evidenza empirica della tendenza verso la centralizzazione capitalistica a livello globale, attraverso la network control, ossia la percentuale di azionisti proprietari dei pacchetti di controllo dell’80% del capitale azionario quotato nelle borse mondiali.

Se la tendenza è vera, allora la tesi di un mercato libero formato da imprenditori che facendo i propri egoistici interessi possono contribuire al pubblico interessa viene meno; la mano invisibile è una mera argomentazione ideologica. Le forze impersonali del mercato libero non mantengono alcun equilibrio economico, nessuna perfetta concorrenza, semmai il contrario, la formazione di monopoli che governano l’economia, governano la politica dettandone l’agenda. La centralizzazione dei capitali si pone come causa produttrice della recessione democratica; il Capitale centralizzato plasma la politica a sua immagine e somiglianza. Così si spiega anche la svolta reazionaria che sta attraversando l’Occidente; per indurre una piena e passiva accettazione del nuovo ordine socio-economico, serve manipolare le masse al fine di orientare il malcontento verso falsi nemici. Di più: viene adoperata un’arma manipolativa ulteriormente raffinata, quella denominata «élite cognitiva», con la quale si radica nelle menti delle masse l’idea che i padroni siano padroni per merito, perché più intelligenti, brillanti, furbi.

Gli ultimi meritano di essere ultimi, e qualsiasi protesta va zittita con la repressione; i primi meritano di essere primi, e qualsiasi atto poco trasparente va compreso e assecondato. Il capitalismo trasforma la natura umana, manipolando la psiche nel profondo.

Che fare?
«Se esiste una concreta capacità di sovvertimento della tendenza storica, questa potrà risiedere, evidentemente, solo nel genio collettivo di un nuovo partito, di una nuova lotta di partito» scrive Brancaccio. Bisogna cioè ritornare alla politica, alla lotta politica. Contro l’anarchismo capitalista che tutto fagocita, persino l’umano, l’unica soluzione secondo il professore di economia politica è l’esproprio del grande capitale dalle mani dei padroni, col conseguente controllo delle forze produttive assegnato al potere collettivo, il tutto per l’avvento di una nuova panificazione democratica. Pianifico, ergo sono libero, questo è il motto che potremmo desumere dall’ultimo capitolo del libro, intitolato non a caso Libercomunismo.

Il comunismo ci renderà liberi. Come?

Attraverso un assoggettamento dell’economia all’umano, e non il contrario.  Fermare il cavallo impazzito, domarlo, e cavalcarlo, al fine di indicare noi la direzione, che manco a dirlo non può che essere il benessere della collettività, e non di quei pochi che detengono la ricchezza
mondiale dei molti, anzi moltissimi.

«Solo il moderno piano collettivo può salvare le libertà individuali».
L’evo moderno ci insegna che il Capitale nella sua fase attuale è in contraddizione con la democrazia, pertanto per salvare la democrazia, la nostra libertà, bisogna ripensare il modello economico vigente, con grande urgenza! La grande tendenza deve essere guardata negli occhi e affrontata, scardinando il più grande tabù del nostro tempo: pianificazione collettiva e libertà individuale.

Brancaccio ritornando a pensare scientificamente sfida l’ideologia dominante evidenziato che studiare è il primo passo per qualsiasi atto rivoluzionario.

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