La Bolivia è attraversata da una potente ondata di mobilitazione popolare che mette in discussione non soltanto il governo di Rodrigo Paz, ma l’intero assetto politico ed economico costruito negli ultimi anni attorno agli interessi delle élite imprenditoriali, dell’agrobusiness e dell’imperialismo.
Dalle marce e dai blocchi stradali si leva il grido di “Fuori Paz!”. In sei mesi, il governo di Paz e l’élite imprenditoriali hanno dimostrato di voler espropriare le terre dei contadini e degli indigeni, saccheggiare le risorse naturali, privatizzare le aziende pubbliche e indebitare il Paese, il tutto mentre si riducono le tasse per le grandi imprese.
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A El Alto, nei quartieri operai e popolari che già nel 2003 e nel 2019 furono protagonisti delle più importanti insurrezioni del paese, si stanno moltiplicando blocchi stradali, assemblee popolari e cabildos autoconvocati, e scontri con le forze dell’esercito e della polizia. A Senkata — luogo simbolo della repressione militare dopo il golpe contro Evo Morales — migliaia di lavoratori, disoccupati, trasportatori e abitanti dei quartieri popolari hanno votato nelle assemblee di base per l’estensione dei blocchi fino alle dimissioni del presidente Paz. I manifestanti protestano al grido “Ahora si, guerra civil” e “el pueblo unido, jamas serà vencido!”. Sono accusati da parte del governo filo padronale di essere “servi di Morales”.
La crisi economica sta colpendo duramente le masse popolari boliviane. L’aumento del costo della vita, la scarsità di carburante, la svalutazione e la crisi dell’approvvigionamento stanno scaricando il peso della crisi capitalistica sulle spalle dei lavoratori e dei settori poveri urbani e rurali. Di fronte a questo scenario, il governo risponde con misure di austerità, repressione e militarizzazione, seguendo una linea che si inserisce nel più generale piano di aggiustamento promosso dalle borghesie latinoamericane e dagli organismi finanziari imperialisti statunitensi.
Le mobilitazioni mostrano però un elemento centrale: la crescente sfiducia delle masse nei confronti non solo della destra tradizionale, ma anche dei settori conciliatori legati al MAS, incapaci di offrire una prospettiva indipendente per i lavoratori. In molte assemblee emerge infatti la richiesta di un’organizzazione autonoma della lotta, attraverso coordinamenti territoriali, sindacali e popolari che superino i limiti delle direzioni burocratiche, in particolare quella della COB.
El Alto torna così a essere il cuore della resistenza operaia e indigena boliviana. I blocchi non rappresentano semplicemente una protesta economica, ma un tentativo di costruire rapporti di forza dal basso contro uno Stato percepito come strumento delle classi dominanti. La memoria delle giornate rivoluzionarie del passato — dalla Guerra del Gas fino alla resistenza al golpe del 2019 — continua a pesare profondamente nella coscienza popolare.
La crisi boliviana conferma il fallimento delle strategie di collaborazione di classe che hanno caratterizzato gran parte del progressismo latinoamericano negli ultimi decenni. La gestione del capitalismo dipendente, anche quando guidata da governi nazional-popolari de izquierda, non ha eliminato il dominio della borghesia né la subordinazione del paese all’imperialismo.
Oggi, nel momento della crisi, sono ancora una volta i lavoratori e i settori popolari a pagarne il prezzo. Per questo, all’interno delle mobilitazioni, prende spazio la prospettiva di una risposta indipendente della classe lavoratrice: controllo popolare delle risorse strategiche, nazionalizzazione sotto gestione operaia dei settori energetici e minerari, coordinamento nazionale delle lotte e costruzione di organismi di potere dal basso capaci di opporsi sia alla destra liberale sia ai settori burocratici che cercano di contenere la radicalizzazione sociale.
La situazione resta aperta e altamente instabile. Ma ciò che sta emergendo in Bolivia è già un dato politico fondamentale: quando la crisi del capitalismo periferico si approfondisce, le masse tornano sulla scena e cercano nuove forme di organizzazione e di lotta. È necessario sostenere questa ribellione, perchè fa parte della piu ampia polarizzazione a livello internazionale attorno alla classe operaia e alla prospettiva di un nuovo socialismo.
Al governo Paz non va sostituito un nuovo governo che amministri in senso progressista il capitalismo. Devono essere le organizzazioni operaie e popolari protagoniste della rivolta a istituire un proprio nuovo governo dei lavoratori e che faccia pagare la crisi al FMI, ai banchieri e agli industriali che l’hanno provocata.








