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Perchè ai lavoratori conviene votare NO al Referendum del 22 e 23 marzo

Guida di classe al referendum costituzionale

Con questa analisi vogliamo andare oltre la superficie del dibattito e mettere a nudo gli interessi di classe che si muovono dietro la Riforma della Giustizia su cui si voterà il 22 e 23 marzo.
Le ragioni per cui la classe lavoratrice deve votare NO sono molte. Ma non coincidono con quelle del dibattito mainstream, dominato dagli intellettuali organici alla borghesia progressista che, pur schierandosi anch’essi per il NO, lo fanno da un punto di vista diverso dal nostro.
La differenza non è tattica, è strategica.Riguarda il ruolo dello Stato nel suo complesso e il funzionamento dei suoi poteri, anche quando si presentano come formalmente autonomi. Per noi la questione non è difendere un equilibrio astratto tra istituzioni, ma capire quale assetto rafforza o indebolisce i lavoratori nei rapporti di forza reali.

BREVE PREMESSA

Per capire questa riforma non basta leggerne i singoli articoli. Va collocata dentro l’insieme delle scelte fatte dal Governo Meloni in materia di giustizia e pubblica amministrazione: la riforma della Corte dei Conti, l’abolizione del reato di abuso d’ufficio, il DL Sicurezza con l’estensione dei poteri dei servizi segreti, il progetto di premierato. Non sono interventi isolati. Sono tasselli di una ridefinizione complessiva degli equilibri di potere. Il premierato ne è la punta più visibile, ma il disegno è più ampio: concentrare potere nell’esecutivo e ridurre i contrappesi.

Dentro questo quadro si colloca anche la separazione delle carriere tra PM e giudici. Un tema antico della destra italiana. Non è un dettaglio tecnico: significa modificare l’assetto costituzionale che ha garantito, in parte, l’autonomia della magistratura dal potere politico. Non è un caso che la separazione delle carriere comparisse anche nel “Piano di Rinascita Democratica” della P2 di Licio Gelli. Non perché la storia si ripeta meccanicamente, ma perché l’idea di ridimensionare l’autonomia del pubblico ministero ha sempre accompagnato progetti di rafforzamento dell’esecutivo.

Allo stesso modo, la proposta fu sostenuta negli anni da Giorgio Almirante, leader del Movimento Sociale Italiano, partito da cui discende l’attuale forza politica della premier. Anche qui non si tratta di evocare fantasmi, ma di ricordare che questa riforma ha una genealogia politica precisa.

COSA PREVEDE LA RIFORMA

  1. Separazione delle carriere tra PM e giudici
    Il governo presenta la separazione delle carriere come garanzia di terzietà. La realtà è diversa: oggi PM e giudici condividono un percorso formativo unitario, con una comune etica costituzionale. Nella pratica quotidiana le carriere sono già in gran parte separate, e i PM operano sempre più come “superpoliziotti”, concentrandosi sul costruire impianti accusatori, soprattutto per reati politici, che poi in larghissima parte vengono sconfessati dai giudici (quasi il 50% dei procedimenti finisce in non luogo a procedere).
    L’obiettivo della Riforma non è tanto mettere i PM sotto il controllo dell’esecutivo — questo avviene già da decenni — ma formare PM e giudici in modo diverso fin dall’inizio, creando due magistrature separate nei valori e nell’impostazione.
  2. CSM e sorteggio dei membri
    Oggi il CSM conta 33 membri: 3 di diritto (Presidente della Repubblica, Primo Presidente della Cassazione, Procuratore Generale della Corte dei Conti), 20 togati eletti dalle correnti interne e 10 “laici” scelti dal Parlamento. Formalmente le correnti rappresentano solo tendenze ideologiche, ma la loro vicinanza politica ai partiti è nota. Già oggi i magistrati che provano a esercitare indipendenza possono essere sanzionati dagli organi disciplinari del CSM (vedi caso De Magistris).La Riforma propone di sostituire le correnti con il sorteggio. In realtà, questo non cancella il peso politico dei laici, che verrebbero scelti da liste opache di cui non si conoscono né i criteri né il numero dei membri. Così, i 2/3 dei magistrati togati nel CSM sarebbero singoli esposti alle pressioni politiche di 1/3 eletti dal Parlamento, aumentando di fatto il controllo dell’esecutivo sul consiglio. Il risultato: il CSM non sarà più un organismo di autogoverno, ma un organo in cui le scelte concrete saranno dettate dalle pressioni politiche del governo, con effetti diretti sulle priorità dell’azione penale e sulle decisioni disciplinari.
  3. L’Alta Corte Disciplinare
    Oggi le sanzioni disciplinari verso i magistrati passano attraverso il CSM. Ogni anno arrivano circa 1.700-1.900 esposti, ma il 96% viene scartato con criteri opachi. Non esiste un modo chiaro per chiedere provvedimenti contro un magistrato che sbaglia: chi resta vittima di errori giudiziari non ha strumenti reali di tutela. La riforma non cambia nulla di questo squilibrio. Anzi, crea l’Alta Corte Disciplinare, separata dal CSM, con 9 togati e 6 membri laici scelti dal Parlamento (3 nominati dal Presidente della Repubblica, 3 estratti a sorte). Il presidente deve essere un laico. Così, il rapporto 2:1 tra togati e laici nel CSM diventa 3:2 nell’Alta Corte Disciplinare, aumentando il peso politico. Chi tra i magistrati subisce provvedimenti potrà fare appello solo davanti alla stessa Corte, senza possibilità di ricorrere alla Cassazione. Il risultato è chiaro: il controllo politico sulla magistratura diventa totale. I partiti al governo potranno influenzare direttamente sanzioni e priorità giudiziarie, colpendo magistrati indipendenti.

LE CONSEGUENZE PER LAVORATORI E MANIFESTANTI

Le lotte operaie e sociali vengono già trattate come questioni di ordine pubblico. Manifestanti, cortei contro lo sterminio dei palestinesi, scioperi della logistica o dei metalmeccanici vengono etichettati come “atti eversivi”.
Dopo i DL Sicurezza, dirigenti FIOM-CGIL e altri sindacalisti rischiano pene pesanti per i blocchi autostradali dello sciopero del 20 giugno 2025. I militanti del Si Cobas sono stati accusati perfino di associazione a delinquere per blocchi ai magazzini, per poi essere assolti con formula piena.Le sentenze favorevoli non sono garantite dalla legge, ma dipendono dalla forza materiale della classe lavoratrice e dalla pressione pubblica.
Mettere la magistratura sotto controllo politico significa dare priorità alla repressione del dissenso e alla criminalizzazione dei lavoratori, mentre gli illeciti dei grandi gruppi capitalistici, lo sfruttamento e la devastazione ambientale vengono ignorati, anche per mancanza di risorse del sistema giudiziario.

VOTIAMO NO PER DESTABILIZZARE IL GOVERNO MELONI

I motivi per votare NO sono chiari: la riforma va letta come intreccio tra condizioni strutturali (lotta di classe e rapporti di forza) e condizioni sovrastrutturali (leggi repressive e controllo politico).
Con il premierato — ancora in itinere — Presidente della Repubblica e Presidente del Consiglio rischierebbero di coincidere. In pratica, Giorgia Meloni presiederebbe anche il Consiglio Superiore della Magistratura. Non è teoria: lo stesso Ministro Nordio ha spiegato che la riforma serve a controllare la magistratura, a prescindere dal colore politico del governo.

Dato il patto politico-elettorale di basso profilo che sorregge l’attuale Governo di Destra-Destra – premierato a FdI, riforma sulla magistratura a FI e regionalismo differenziato alla Lega Nord – la bocciatura referendaria della riforma Nordio potrebbe fare cadere il Governo Meloni, ponendo, così, un argine alla deriva autoritaria e classista verso cui sta precipitando il nostro Paese a discapito delle classi lavoratrici.
Noi, comunque, non ci limitiamo a “difendere l’esistente”. Anche la democrazia più avanzata in una società capitalista è la dittatura della borghesia sulla classe lavoratrice. La proprietà privata dei mezzi di produzione è garantita dalla Costituzione e determina una giustizia che non può essere uguale per tutti: è uguale solo per chi non ha potere economico o politico.

Votiamo NO per fermare questo salto autoritario della democrazia borghese, ma anche per rivendicare una vera democrazia delle classi subalterne, possibile solo in un sistema che metta al centro il benessere sociale e non più l’accumulazione privata.
Per riformare davvero la magistratura e liberarla dall’ingerenza dei poteri economici e politici serve una nuova Assemblea Costituente, che metta al centro l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e costruisca un ordinamento dove senza più classi sociali, la legge possa davvero essere uguale per tutti.

Movimento per una Sinistra Rivoluzionaria 

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